 Esplosioni di colore puro, forme barocche o zen, sculture fragilissime, sogni di vetro dalle tecniche antichissime ma dalla sensibilità contemporanea intrecciate inestricabilmente. Quella di Marina Barovier è una galleria piccolissima, ma rappresenta due degli artisti del vetro più influenti, celebrati e collezionati del mondo: Dale Chihuly e Lino Tagliapietra. E ne sta facendo crescere un terzo, Cristiano Bianchin, giovanissimo ma già apprezzato.
La galleria, in uno dei campielli più belli di Venezia (salizada San Samuele 3216, tel. 0415236748), ha aperto i battenti nel 1983, ma la famiglia di Marino Barovier (il marito di Marina) «fa vetro» dal 1280. «Abbiamo iniziato con i vasi storici» spiega Barovier «poi abbiamo capito che qualcosa si stava muovendo dalle parti di Seattle con il movimento della New glass americana e la Pilchuck school, una delle più qualificate scuole di vetro al mondo. Poi abbiamo conosciuto Lino che già collaborava con Dale. Ci siamo innamorati del loro modo di lavorare così visionario e fuori dagli schemi».
Fino all'inizio di marzo i lavori più recenti di Tagliapietra saranno in mostra in galleria: sulla parete di fronte all'entrata c'è l'installazione Masai, un insieme di elementi rivestiti d'oro e decorati da graffiti che ricordano le lance e gli scudi della tribù africana. Se l'è aggiudicata un collezionista la sera dell'inaugurazione, nonostante che il costo superasse i 300 mila euro.
I musei più importanti del mondo collezionano da anni i vasi scultura di Tagliapietra così come Bill Gates, Paul Allen, Elton John, Edgar Brofman, patron della Seagram. «Ho 70 anni» dice Tagliapietra a Panorama «e sono entrato in un forno di Murano, quello di Archimede Seguso, quando ne avevo poco meno di 11, a quarant'anni prima mi sono messo in proprio poi mi sono trasferito negli Stati Uniti dove ancora adesso trascorro buona parte del mio tempo. Quando arrivai a Seattle ero un pioniere, ora i ragazzi che lavorano con me sono già degli ottimi artisti, quasi tutte sono donne e hanno una sensibilità contemporanea. Perché a volte i maestri veneziani tendono a ripetere all'infinito le forme e le tecniche del passato alla ricerca di un virtuosismo che può diventare stucchevole. Gli americani invece hanno una creatività ancora completamente libera».
Tagliapietra crea non più di 50 pezzi all'anno, molti dei quali prendono immediatamente la via di musei e di istituzioni pubbliche, quasi tutti negli Stati Uniti. Ha un mercato soprattutto italiano Cristiano Bianchin, quarantenne veneziano, che nelle sue forme, gli «utensili», i «pesi» e i «fusi», ha assorbito la lezione di Henry Moore e Constantine Brancusi. «La mia» spiega Bianchin «è una ricerca tesa verso la massima sintesi per neutralizzare la classicità, superandola. Le mie sono forme sintetiche legate proprio alla semplificazione del corpo umano di cui vogliono mantenere la sensualità».
Ecco, allora, «pesi» allungati, senza spigoli, ricoperti in parte da fitti intrecci che lasciano scoperti particolari della materia vitrea, spesso opaca. Con una punta di snobismo artistico, Bianchin utilizza per le «guaine» lavorate all'uncinetto o a maglia un filato di canapa che risale agli anni Trenta, fondi di magazzino che trova nelle fabbriche nei dintorni di Padova. Guaine che sembrano voler riparare «un respiro vetrificato».
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